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Il New York Times lo ha definito un direttore d’orchestra «senza problemi di ego». E Fabio Luisi, seduto sulle poltrone un tempo nella platea del San Carlo, conferma subito questo tratto del suo carattere. «Come ho accolto l’idea di venire a Napoli? Direi piuttosto che bisogna chiedersi come l’ha presa il San Carlo…». Nessun’aria da star per questo genovese che ben potrebbe permettersela alla luce della sua formidabile carriera che lo ha portato a diventare, dal 2011, il direttore principale della Metropolitan Opera House di New York. Un ruolo che fu di Arturo Toscanini «il quale sfidava nel primato il suo rivale Gustav Mahler», aggiunge il maestro che sabato (alle 20.30) e domenica (alle 18) dirigerà gli organici del Massimo napoletano proprio nella Sinfonia n.2 in do minore di Mahler, La Resurrezione. «Mi ritengo molto fortunato perché sono un musicista e perché ho l’occasione di tornare in un teatro magnifico e in ripresa, con un coro di prestigio che ho voluto fortemente, dove ho esordito troppo giovane. Era il 1987 quando ancora acerbo diressi i Puritani di Bellini. Sono felice di questo doppio ritorno più maturo (il 30 ottobre è già stato applauditissimo al San Carlo nella Quinta Sinfonia ndr). Quale opera dirigerei qui? Qualsiasi». E poi: «Con Napoli ho un rapporto speciale. In passato, ad anni aitemi, sono venuto a guidare l’Orchestra Scarlatti. Mi sono innamorato della città e l’amore non finisce». Come quello per il suo maestro, il napoletano Aldo Ciccolini: «Ero in viaggio ad Orange dopo la maturità, lessi un manifesto delle sue lezioni, i miei compagni tornarono in Italia e io mi fermai per conoscerlo. Mi fece suonare il piano, mi prese con lui e mi portò a Parigi». Luisi parla tra la sovrintendente Rosanna Purchia – che dice di averlo inseguito per due anni – e il direttore artistico Paolo Pinamonti, sotto un’opera maestosa e inquietante, Caino e Abele di Tommaso De Vivo. Il pensiero corre agli scenari di guerra: «La musica e l’arte sono il motivo per cui noi vogliamo essere liberi e rimanere la società che siamo, basata sul dialogo. È anche l’idea di Resurrezione». Non a caso Mahler si definiva «tré volte senza patria, boemo tra gli austriaci, austriaco tra i tedeschi, ebreo in tutto il mondo, ovunque un intruso, uno straniero».