Riccardo_Muti_ritratto

RAVENNA. Riccardo Muti da quarant’anni vive nell’angolo di campagna toscana che, con la moglie Cristina, si è costruito nel pieno centro di Ravenna, la città di lei. Un casale con giardino in stile countryside impregnato dei successi mondiali del maestro, nato a Napoli 74 anni fa, ma cresciuto a Molfetta, e ancora pugliese nell’inflessione. Ovunque, foto sue e di famiglia con papi, re, regine, presidenti e vari potenti dellaTerra, cui ha anche saputo dire di no: a Elisabetta II, per esempio, quando rifiutò la chiamata a corte per un concerto con troppi vincoli scrivendole «a Buckingham Palace vi serve un direttore o un intrattenitore?», episodio cui s’è ispirato Paolo Sorrentino per il suo Youth. Nel suo studio, una collezione di antichi burattini con relativo teatrino, il costume nero ricamato del Casanova di Fellini, indossato da Donald Sutherland, adagiato su un divano, un pianoforte, uno sterminato archivio e, incorniciati alle pareti, spartiti originali di grandi compositori del passato, da Strauss all’amato Verdi. Il maestro, che dal 2010 è direttore musicale della Chicago Symphony Orchestra, nel 2016 aprirà per la seconda volta le porte della sua conoscenza a Ravenna ai giovani direttori d’orchestra (e quest’anno anche ai cantanti, scelti da una commissione con Renata Scotto). Le candidature under 30 per la Riccardo Muti Italian Opera Academy si accettano fino al 31 dicembre (info: www.riccardomutimiisic.com). Poi si procederà alla selezione per lo stage, dal 23 luglio al 5 agosto al Teatro Alighieri, con prove pubbliche ed esecuzione finale della Traviata. La scorsa estate, al termine delle lezioni (gratuite) quattro allievi (arrivati da Taranto, Taiwan, Bielorussia e Germania) diressero nel Falstaff l’orchestra Cherubini, fondata anche questa da Muti e composta per statuto da soli under 30, che possono fermarsi al massimo per tre anni. Non è escluso che parte di questo «campus» possa svolgersi anche in Corea del Sud e, nel 2017, in Cina, visto che in Oriente la passione per l’opera si traduce in maggiori finanziamenti. «Sono popoli che fanno progressi inauditi nell’acquisizione della nostra musica e della nostra storia» inizia a dirigere l’intervista Muti, quasi dettando le parole. «Laggiù si moltiplicano sale e teatri, da noi chiudono. La percentuale di orientali nelle grandi orchestre mondiali è considerevole: sono preparati, rigorosi e investono nella nostra cultura. In Cina ci sono milioni di musicisti. I ragazzi italiani hanno la cosiddetta autorità del luogo, cioè il vantaggio di vivere circondati da bellezza e cultura, e lo si sente nell’esecuzione: nascono in una terra che canta, con una cultura musicale di base forte. Ma a volte non hanno la tenacia di insistere nello studio che è prerogativa degli orientali, che si stanno impadronendo anche del nostro modo di sentire». La sua battaglia culturale, par di capire continua attraverso L’Academy. «È dal 1968 che mi batto contro la disattenzione politica al mondo della cultura, una parola che man mano è stata svuotata di senso e cade dall’alto come un ferro da stiro, un aereo senza ali. Il nostro passato anziché essere un passaporto nel mondo, ci grava addosso. Abbiamo abdicato, a partire dalla scuola. Eppure dove c’è più cultura c’è meno violenza. Insegnare musica ai bambini significa insegnare loro a vivere in armonia. Non si tratta di strimpellare uno strumento, ma di apprendere l’arte di cantare insieme polifonicamente, abituarsi a esprimere il proprio sentimento con gli altri. Collaborare per raggiungere lo stesso risultato è il fondamento del vivere in società». Da cosa nasce la sua Accademia? «Dal desiderio di trasmettere le nozioni ricevute dai grandi maestri della scuola italiana. Io le ho apprese da Antonino Votto, che fu allievo di Toscanini, che le aveva ricevute da Verdi stesso. Non si tratta solo di aneddoti, ma di precise indicazioni sulle partiture. Spero che ciò porti maggior pulizia e rispetto dei nostri capolavori». Trova che l’Opera italiana sia maltrattata? «Fin dal ’69, eseguendo i Masnadieri, mi accorsi che varie partiture contenevano brani tagliati per intero, trasposizioni di tonalità per facilitare i cantanti, cambiamenti del testo. Ho sempre trovato oltraggioso che gli interpreti si prendessero la libertà di mettere mano alla creazione di autentici geni. Verdi se ne lamentava in una lettera a Ricordi: “C’è solo un creatore, ed è il compositore, non permetto ad altri di alterare ciò che ho composto”. Girando il mondo ho assistito, anche in teatri importanti, a vari scempi. E ho sempre avuto la sensazione che anche l’ascolto degli spettatori delle opere italiane fosse meno impegnato, rispetto all’attenzione religiosa dedicata a Mozart, Strauss o Wagner. Dove sta scritto che l’Opera italiana sia divertimento e quella tedesca un tempio intoccabile?». Siamo italiani, non ci prendiamo sul serio neanche noi. «Purtroppo molti direttori soggiacciono a questi crimini musicali, in nome di una falsa tradizione (“S’è sempre fatto così”). Quindi ho pensato che fosse doveroso trasmettere questi pensieri ai nuovi direttori di ogni parte del mondo». Fin dove si può spingere il direttore per lasciare la sua impronta? «Il direttore deve sapere in quale ambito storico si muove. Ad esempio che il primo Verdi è molto diverso dall’ultimo. Il primo permette variazioni e abbellimenti non ammissibili dopo». Che requisiti deve avere un direttore? «Studi profondi delle composizioni, capacità di suonare il piano e concertare un’aria col cantante, di comunicare, di coinvolgere l’orchestra attraverso non solo ciò che sa ma ciò che sa trasmettere. Ogni gesto sul podio deve corrispondere a una personalità e a un carisma: da lì nasce la magia del suono». C’è una crisi di compositori in Italia? «Non direi, ma si sente molta musica che viene dimenticata subito. Il pubblico cerimoniosamente applaude, il critico da il suo giudizio, le istituzioni e gli interpreti hanno la coscienza a posto. Ma è un falso. Non significa che noi direttori non dobbiamo eseguire lavori nuovi, anzi, ma abbiamo il dovere di cercare, come diceva Verdi, il lumicino in fondo alla galleria)). E non Io vede? «Penso che gli incontri di civiltà diverse potranno portare a nuove forme di linguaggio da cui nasceranno esperienze adatte a incontrare il favore del pubblico. Oggi si assiste a uno scollamento tra pubblico e musica. Il compositore più convenzionale è considerato vecchio, quello che sperimenta al massimo risulta interessante. La musica classica s’è spostata verso l’incomunicabilità, salvo eccezioni, mentre quella leggera è sempre più banale e vuota. La canzone è diventata canzonetta. Sento cose disarmanti, altro che Beatles e Modugno ». Sa cos’è × Factor? «X cosa? Non ho tempo neanche per ascoltare i miei dischi…».